Prospezioni archeologiche sul sito sommerso di Kaulonìa. In primo piano alcuni rocchi di colonna (foto P. Palladino)

I primi avvistamenti di materiale archeologico sommerso nel mare antistante il tempio dorico di Kaulonìa risalgono addirittura al 1935. Il primo archeologo subacqueo che si immerse in zona fu G. Kapitän che nel 1967, rinvenendo dei rocchi di colonna ed altri materiali lavorati, li attribuì ad un relitto.

Lo studioso tedesco, come altri, non aveva considerato che tutta la zona litoranea è costituita da una formazione arenacea interessata da potenti fenomeni di ingressione marina e subsidenza, che provocano un costante arretramento della costa, la quale è letteralmente inghiottita dal mare a causa della tettonica instabile.

Le ricognizioni subacquee, condotte da più di trent’anni dall’Associazione Kodros guidata da S. Mariottini in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Calabria (M.T. Iannelli), hanno riguardato il tratto di costa compreso tra il tempio dorico ed il fiume Assi, con particolare attenzione all’interno di un settore rettangolare di m 500 x 250 ove sono dispersi circa 200 blocchi appartenenti a materiale edilizio classificabile nell’ambito del sistema trilitico greco (40 rocchi di colonna, 25 blocchi semilavorati, 124 altri blocchi, 2 basi di colonna, 2 bitte d’ormeggio). Le analisi petrologiche hanno consentito di discernere soprattutto calcare, arenaria, scisto e skarn; solamente in un caso si è rilevato del marmo.

Gli archeologi del progetto MUSAS, coadiuvati dai Carabinieri Subacquei, in ricognizione sul materiale architettonico sommerso dell’antica Kaulonìa (foto P. Palladino)

L’interpretazione di questo sito non è semplice, ma sulla base di recenti studi geomorfologici si è potuto verificare che tutta l’area è soggetta da millenni a profonda erosione, subsidenza ed eustatismo. È quindi evidente che essa un tempo doveva essere emersa e, sulla base di questi dati, si sono formulate un paio di ipotesi interpretative:

1) La zona era un’area specializzata nella lavorazione di materiali da costruzione importati via mare e scaricati in vicine banchine portuali. Le due bitte rinvenute sembrerebbero essere un buon indizio su un attracco nei pressi.

2) Siamo di fronte al cantiere di un tempio di ordine ionico in corso di costruzione.

Sarebbe da escludere una destinazione d’uso legata allo spoglio di vecchi edifici, per la totale assenza di tipologie di materiali di riuso.

Volendo tentare una ricostruzione paleoambientale è possibile che tutta la zona fosse parte di un complesso di dune, in seguito inghiottito dal mare, situato nei pressi di un bacino portuale o di un porto canale. Il luogo è probabilmente da identificare con il promontorio Cocinto, posto dalle fonti nei pressi di Kaulonìa.

Il recupero della base di colonna n. 72 nell’antica area di lavorazione, oggi sommersa, tra le fiumare Stilaro ed Assi (foto anno 1994, Associazione Kodros. Archivio ex Soprintendenza Archeologica della Calabria)

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