Sul litorale antistante l’acropoli della città antica, verso il mare, sono presenti importanti presenze archeologiche, tra cui incassi rettangolari intagliati nella roccia attribuibili a sepolture e, sott’acqua, a imponenti strutture cementizie, interpretabili come un attracco portuale di epoca romana.
Lo studio delle strutture subacquee ha evidenziato che si tratta di opere edilizie costruite direttamente in acqua. La tecnica costruttiva denota l’applicazione di metodologie che sono descritte nel testo cardine dell’architettura romana, il De Architectura di Vitruvio.

Il primo rilievo del porto romano eseguito dal Di Ceglie negli anni ’70

Ad Egnazia, sott’acqua, sono stati individuati distintamente due diversi modi di costruire indicati da Vitruvio: l’opera a piloni e l’opera a fondazione continua. Nel primo caso, si realizzano grandi piloni, o pilae, separati fra loro,  costruiti con la gettata di cementizio in casseforme stagne; nel secondo caso la struttura continua è realizzata con la gettata di cementizio, messa in opera in cassaforma inondata (per ulteriori informazioni su queste tecniche di costruzione si consiglia la lettura della scheda sulla tecnica edilizia portuale).
Dalle osservazioni effettuate tutte le pilae del “braccio” nord furono costruite in acqua “a secco” con cortina in opera reticolata a vista. Di questo lato sono purtroppo rimasti solo una propaggine vicina alla scogliera litoranea e le due “pilae” più esterne.

Documentazione di una pila del lato nord nell’ambito del progetto MUSAS. Da notare la conservazione di tre corsi in opera reticolata alla base della struttura (foto Nucleo Carabinieri Subacquei di Pescara).

 

Il “molo” meridionale fu invece costruito tutto con casseforme inondate a fondazione continua. In questa zona sono visibili anche alcune tracce e fori dell’armatura lignea.