I manufatti giacciono ad una profondità di 6-7 metri su un fondale sabbioso caratterizzato dalla presenza di rocce granitoidi e calcaree. L’area di studio si estende per circa 200 x 300 mq. Sono stati censiti circa 200 reperti.

I reperti sono costituiti da rocchi di colonne, blocchi semilavorati e due bitte di ormeggio. I manufatti hanno caratteristiche petrografiche diverse che hanno influito, in modo non omogeneo, con il loro stato di conservazione. I rocchi sono, infatti, costituiti da rocce calcaree, così come le bitte di ormeggio e alcuni blocchi semilavorati. Altri blocchi semilavorati sono stati, invece, realizzati in arenaria, marmo e skarn.

 

Immagini subacquee della bitta e di uno dei rocchi di colonna. (Foto di Stefano Mariottini)

 

Questi reperti, dal momento in cui sono stati sommersi, hanno rappresentato, nel loro ambiente di giacitura, un substrato di crescita favorevole per una moltitudine di microrganismi ed organismi, sia animali che vegetali. In quanto substrati rigidi e in relazione alle dimensioni ed al peso elevati che hanno reso possibili solo limitati spostamenti, essi hanno consentito lo sviluppo di forme viventi epilitiche che non avrebbero avuto modo di svilupparsi con la stessa intensità sui ciottoli presenti nel fondale, di minori dimensioni e più facilmente movimentati dall’idrodinamismo.

 

Rocchi di colonna e bitta di ormeggio sui fondali dell’Antica Kaulon

 

I manufatti di natura calcarea, che rappresentano la maggior parte dei reperti, hanno subito nel tempo anche fenomeni di bioerosione legati alla crescita endolitica di forme animali e vegetali, in grado di perforare attivamente il substrato.

La colonizzazione biologica si presenta, nel complesso, omogenea con lievi variazioni in relazione alla “storia subacquea” di ciascun pezzo, soprattutto correlata ai fenomeni di insabbiamento subiti nel tempo.

In fig. sono illustrate, a titolo esemplificativo, l’alternanza di fasi di insabbiamento e di emersione subite da un rocchio di colonna. Le fasi in cui le superfici sono esposte determinano veloci crescite biologiche, la maggior parte delle quali muore nelle fasi di insabbiamento.

 

Rappresentazione grafica delle diverse fasi di giacitura di un rocchio di colonna, realizzata sulla base di documentazione fotografica. Nelle sfere sono visibili alcune immagini originali (Foto di Stefano Mariottini)

 

Stato di conservazione

I rocchi di colonna risultano attualmente colonizzati da crescite algali (soprattutto Padina pavonica e Acetabularia acetabulum), da rivestimenti calcarei di anellidi e di vermi sedentari, gusci di molluschi bivalvi (Chama e Ostrea sp.) ed incrostazioni sottili dovuti allo sviluppo di alghe rosse Corallinaceae.

Nelle tre immagini in alto: Ostrea sp. su rocchi di colonna. Nelle tre immagini in basso: Chama sp. su rocchi di colonna.

 

Queste crescite epilitiche sono particolarmente diffuse sulla parte sommitale dei reperti ed hanno subito variazioni nella loro morfologia e intensità di crescita in relazione alle stagioni e ai livelli di insabbiamento, che possono aver inibito o ridotto totalmente la loro crescita.

È interessante, inoltre, segnalare che i reperti, considerati come materiali  “nuovi” per l’ambiente di giacitura, vengono largamente utilizzati da fauna vagile e sono  spesso di pascolo da parte di gasteropodi, come Trunculariopsis trunculus, e di ricci di mare (Paracentrotus lividus).

 

Il rocchio di colonna n° 73 con evidenti colonizzazioni biologiche.

 

La quasi totalità dei reperti realizzati con rocce carbonatiche, è interessata da una vistosa alterazione della pietra dovuta allo sviluppo endolitico di molluschi bivalvi perforanti, la cui presenza si evidenzia sotto forma di fori circolari o appaiati, talvolta densamente raggruppati, visibili sulla superficie.

 

Ricci di mare su rocchio di colonna. Bioerosioni ad opera di molluschi endolitici.

 

Sulla base della morfologia dei fori è stato possibile ricondurre questa azione perforante al mollusco Rocellaria dubia, bivalve frequentemente rinvenuto come biodeteriogeno di substrati calcarei.

Perforazioni su rocchi di colonna ad opera di Rocellaria dubia (foro ad 8) e di Lithophaga lithophaga (foto sub-ellittico)

I fori testimoniano l’azione perforante ma non necessariamente indicano l’esistenza di un degrado ancora in atto. L’insieme delle perforazioni rileva inoltre che si sono succedute diverse colonizzazioni endolitiche: quelle più antiche sono riconoscibili dalle cavità circolari o oblunghe più ampie mentre quelle più recenti sono caratterizzate da aperture a 8, di minori dimensioni.

Perforazioni ad opera dei molluschi endolitici Rocellaria dubia e Lithophaga lithophaga. Sono visibili i fori caratteristici rispettivamente a forma di 8 ed ellittici. Schema in sezione della perforazione all’interno del substrato lapideo

Nella parte degli approfondimenti, la descrizione della morfologia della cavità scavata dal mollusco nella roccia illustrerà in dettaglio tale fenomeno.

La rilevante densità delle perforazioni ha, infatti, causato nel tempo una perdita considerevole di roccia costitutiva che, nelle sue parti più prossime alla superficie, ha subito anche  fenomeni erosivi legati all’azione meccanica del moto ondoso e all’abrasione del sedimento sul manufatto, con conseguente perdita di interi strati di pietra.